QUANDO IL ROCK TORNA A CANTARE DI RIVOLTA E LIBERTA’

By SMNews

TORINO Che la chitarra elettrica potesse essere una fiammeggiante spada di pensiero, lo sappiamo da molto tempo. Caso mai ce lo stavamo dimenticando, e specialmente in Italia, un tempo maestra di impegnati furori artistici. Dunque ci tocca essere grati ad alcuni musicisti angloamericani che da Live Aid in poi stanno facendo di tutto per riaccendere le passioni che hanno sempre accompagnato le vicende del rock. Del resto questa vicinanza della musica cosiddetta giovanile ai problemi del nostro tempo è per così dire connaturata, spontanea. Non c’ è neanche bisogno di forzare la mano alla ricerca di un preciso genere di rock impegnato. Basta ascoltare i musicisti coinvolti nel tour Humane rights now per rendersene conto. Per Springsteen è una necessità quasi fisiologica, l’ espressione naturale di un Warking class hero che non ha mai dimenticato le sue origini. Per Peter Gabriel è una relazione limpida e sublime tra poesia e sentimento del tempo. In questo senso possiamo citare tra le canzoni che ha cantato al concerto di Torino la famosa Don’ t give up, così dolce, così struggente, apparentemente così intima, storia di una donna che con infinita e materna fiducia incoraggia il suo uomo dicendogli non mollare. Delicata, sensuale eppure si riferisce alla lotta dei minatori inglesi. Perfino la giovanissima Tracy Chapman, parla disinvoltamente di rivoluzione. Ma forse l’ eredità più importante che ci lascia un concerto del genere è nel ricordare che grazie al rock la parola impegno ha perso tutti i toni lugubri, rigidi, noiosi. Al contrario ci ha insegnato che può e deve essere occasione di festa, di liberazione, di gioia, un modo di vivere non solo a parole ma direttamente sulla pelle quella sensazione di libertà che tanto viene invocata nelle canzoni rock. Una volta provata, rimane impressa indelebilmente ed è il vecchio fascinoso segreto del rock. Si può ballare, ci si può scatenare, e insieme compiere un atto di coscienza, come ben sanno i musicisti che hanno partecipato al tour di Amnesty, da Youssou’ N’ dour a Bruce Springsteen. Così come lo sapeva bene il grande Bob Marley, in omaggio al quale il concerto è stato aperto e chiuso da un canto corale sulle note di Give up, stand up, che a tempo di reggae incita a sollevarsi, combattere per i propri diritti. Unica stonatura, la presenza di Claudio Baglioni a fianco di Sting e gli altri, in un posto che forse sarebbe spettato di diritto ad altri personaggi. Va bene l’ ecumenismo, l’ abbraccio collettivo, ma mai bisogna confonderlo col qualunquismo, a rischio di far perdere vigore, coerenza, stile, ad un avvenimento che invece ne ha estremo, assoluto bisogno. A fare questi calderoni in cui tutto è uguale, e tutto va bene, senza alcun criterio, ci pensa già a sufficienza la televisione. O altrimenti dovremmo pensare forse che la via di Strada facendo e quella di Thunder road non c’ è alcuna differenza? Gli altri hanno portato un repertorio emozionante e puntuale: Biko, Games without frontiers, They dance alone, Born in the Usa, The promised land, e tanti altri, un vero e proprio canzoniere di questa splendida simbiosi tra coscienza, energia, festa, gioco, che il rock esprime ai suoi livelli più alti. Forse si è sentita la mancanza di più momenti corali, di collaborazione tra i protagonisti, i quali invece hanno sviluppato ognuno il suo concerto. Con l’ eccezione del finale, altra straordinaria dedica, voluta espressamente da Springsteen sulle note esaltanti di un vecchio indipenticabile pezzo di Bob Dylan: The chimes of freedom, le campane della libertà. – di GINO CASTALDO

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