di PIERO MEI
È FAMOSA, e risponde a verità, la risposta della teologa tedesca Dorothée Solle a chi le chiedeva come avrebbe spiegato il concetto di felicità a un bambino: «Non glielo spiegherei rispose ma gli darei un pallone e lo farei giocare». E questo è il calcio: la felicità. E’ anche, ai giorni nostri, la sola “religione” davvero globale: le regole sono le stesse ovunque, che si tratti di un college inglese per un nipotino di uno Zio Paperone non tirchio o di una sgarrupata strada bombardata di Baghdad o Kabul, di un campo d’erba innaffiata tutti i giorni e tagliata quando si deve nel parco d’uno sceicco che invita gli amici a una partitella tra di loro o della polvere sanguinante d’un campo profughi della Palestina.
E’ quasi sempre uguale, il calcio: il più scarso in porta, la conta per la palla. Ed è, il calcio, il più grande maestro di geografia: lì è Madrid, quella del Real, lì è Malmoe, laggiù il Brasile delle superstelle, di là ancora il Giappone di Nakata. I nostri ragazzi stanno crescendo europei molto più per la Champions League che non per le circolari di Bruxelles: potrà anche non piacere, ma è così.
Il calcio, poi, è quella partita infinita che non termina mai con l’ultimo fischio dell’arbitro, al novantesimo più recupero come ormai è norma, trenta secondi per ogni sostituzione, più gli infortuni e le perdite di tempo.
Prosegue, la partita: prosegue al bar, alla televisione, alla lettura del giornale, in ufficio, in macchina all’ascolto di una delle tante radio che lo ripropongono; prosegue fino alla prossima, che neppure quella finirà mai e il gioco è così globale ed eterno.
Muove e smuove di tutto: l’orrore anche, quello del tifo accecato, se è tifo, di chi uccide per un nonnulla (non c’è mai una ragione, comunque, che valga una vita); anche la corruzione, anche il doping, tutto il peggio di noi che si rispecchia nel rettangolo di calcio, in quello ben curato e rasato assai più che in quello che ti annebbia di polvere.
Anche questo sì, ma pure il cuore. Il cuore d’ogni uomo.
E’ la partita di questa sera all’Olimpico, la partita del cuore, la Nazionale dei cantanti contro Unica, che è la squadra di Francesco Totti. “Sei unica” fece stampare Francesco su una celebre maglietta che portava sotto quella sua e della sua Roma. Unica era Ilary, era la Roma, erano due amori, dunque.
La partita del cuore torna all’Olimpico dove nacque, e dove ha conosciuto serate memorabili, come quella che portò in tribuna, con il presidente Ciampi a tenerli (e non solo idealmente) per mano, Shimon Peres e Yasser Arafat, israele e la Palestina, la partita della pace.
Stasera i cantanti, e gli uomini dello spettacolo, si fanno calciatori, come i calciatori si fanno ormai uomini di spettacolo andando in campo altrui nei mille spot televisivi.
Anche questo è uno spot, certo: è lo spot del cuore, della solidarietà. E’ l’idea che sempre dovrebbe governare lo sport, dove l’avversario non è il nemico ed in questa distinzione non c’è una diminuzione dell’impegno agonistico, ma anzi ce n’è di più.
Non sono solo canzonette quelle dei cantanti, né solo calci a un pallone quelli dei campioni, persone che hanno vissuto la loro vita, le loro esperienze, che sono stati modello talvolta di sani valori e buoni principi (tal’altra meno, ma questo è un discorso diverso), e che questa sera mettono in campo il corpo e l’anima.
Sì, il fine è quello di battere i Maradona, sportivamente; o quello di dire: noi non sapremo cantare o recitare come voi, ma dateci un pallone. Il fine sarà l’amicizia che si cementa negli spogliatoi, che sono una specie di zona franca dove dirsi di tutto, dove tutto può accadere, ma la vita è fuori di lì, la concorrenza, il primadonnismo, tutto è fuori di lì.
Il fine è, specialmente e soprattutto, quello della solidarietà. Quello di aiutare tutti coloro, e nel mondo sono tanti che non puoi contarli tutti, che non hanno avuto in sorte la buona voca né la buona gamba, e, se pure le avessero avute, non avrebbero potuto utilizzarle che intorno a loro mancavano le strutture possibile. Il fine è quello, appagante anche, della solidarietà.
Facciamo quel che possiamo, dicono i ragazzi in campo, che appartengano al mondo dello spettacolo o a quello dello sport (due mondi che ormai s’intersecano sempre più, non solo per le unioni “campionevelina” aspettando quelle “campionessetronista”); facciamo quel che possiamo, rispondono le migliaia di persone che questa sera andranno allo stadio.
Con l’idea felice, gli uni, del bambino che gioca con il pallone, e gli altri di assistere a qualcosa di divertente, che non è solo sentir cantare Ramazzotti ma vederlo provare a recitare la parte del Totti (lui preferirebbe Del Piero). Qualcosa per cui, in questo caso come in nessun altro mai, neppure nelle domeniche più belle del campionato, “il biglietto valeva la pena di essere pagato”. Non è una pena, la sera della partita del cuore, la sera in cui tutti tifano per tutti, che dunque toglie alla “religione” calcio il suo potente “fondamentalismo”.
Ha scritto qualcuno: “Sembra che esistano solo due cose sinceramente universali: la guerra e il calcio”. Sarebbe bello che ne esistesse soltanto una. Partite come quella del cuore hanno aperto la strada e la continuano. E questa sera all’Olimpico un altro mattone sarà aggiunto a questa casa dei desideri, non per costruire un muro, ma un progetto di solidarietà.
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