Passaggio a Nordest per Giovanni Baglioni
Dopo aver tenuto un’apprezzata lezione-concerto al recente Guitar Festival di Soave, Giovanni Baglioni porta la sua chitarra in Veneto per alcuni appuntamenti importanti. Oggi sarà a Thiene, Auditorium Fonato, domani 18 a Curtarolo (allo “Statale 47″, in via dell’Industria 1), martedì 20 al Centro Candiani di Mestre.
Figlio 27enne di Claudio Baglioni e Paola Massari, Giovanni ha scelto una strada musicale assolutamente lontana da quella del padre, percorrendo le vie estreme della chitarra contemporanea e raccogliendo consensi personali anche dove tutto si ignora di quel “piccolo grande amore”.
«Mi hanno proposto di andare a suonare in America, per registrare un video didattico e esibirmi al Festival di Nashville, dicendo che è da tempo che cercavano un giovane della mia età che suonasse questo genere», spiega con orgoglio e un po’ di sorpresa.
Quando sei nato e tuo padre ti ha scritto “Avrai” non ha messo nella lista “una chitarra da suonare, maltrattare e percuotere…”
«No infatti. Credo non abbia intravisto all’epoca questa possibilità - commenta il giovane Baglioni - ma mi fa piacere aver trovato una strada giusta per me. L’ho fatto senza pormi obiettivi e senza secondi fini. Se mi fosse piaciuto cantare o fare altro penso che l’avrei fatto comunque».
Parliamo del concerto. Il tuo è un genere estremamante complicato come tecnica e rivolto a una vera nicchia della nicchia di spettatori…
«È vero, ma credo che il punto sia come vengono fatte queste cose. Io cerco di dare una sostanza che si potrebbe dire quasi più popolare. Mi sento più vicino a Tommy Emmanuel che non a Michael Hedges, meno ermetico, meno minimalista. Si possono fare cose estreme, anche difficli e di effetto senza essere astrusi. Mi lascia un po’ perplesso quando mi si inserisce in rassegne jazz solo perchè siuono cose complicate, ma il mio non è jazz».
C’è insomma una certo senso della comunicazione e della melodia, anche in brani in cui la chitarra viene usata in tutti i modi possibili?
«Mi piace tenere a mente due frasi che ho imparato da Tommy Emmanuel e da Giovanni Allevi. Quando componete chiedetevi sempre “lo posso cantare?”. E “la semplicità è la difficoltà risolta”. Io provo a rispettare questi due dettami».
Hai già composto e proposto diversi brani di tua composizione. A quando un disco tutto tuo?
«Quantitativamente ci sono. Ho già individuiato i pezzi che comporrebbero questo primo giro di boa. Ne ho anche composti altri, ma bisogna mettere un… segnaposto. I brani li ho suonati già tutti dal vivo. Il problema è che non mi sento ancora di avere nelle mani una qualità di esecuzione all’altezza di una registrazione. Sto studiando. Ho imparato a usare il “tapping”, gli armonici artificiali, le accordature aperte usando anche a scopo compositivo le capacità percussive della chitarra. In Mongrain ci sono pezzi che fanno della linea percussiva una costante dell’ accompagnamento. Poi ho imparato il tapping, cioè a suonare in maniera polifonica con entrambe le mani sulla tastiera, tanto da usare partiture su due linee una per la mano sinistra e uno per la destra».
Di solito cosa ascolti?
«Un po’ per deformazione e un po’ per opportunismo ascolto altre cose del mio genere. Ma sono un po’ saturo. Oggi Cristicchi e Amy Winehouse sono le cose che ascolto di più».
E l’idea di suonare anche con altri?
«Soave mi ha stimolato, vedendo questi incontri sul palco, le collaborazione istantanee, il gruppo di Frank Vignola. Un po’ mi manca questa visione di comunione nella musica. Però il mio approccio lo rende difficile. Mi piacerebbe piuttosto scoprire come potrebbero venire alcune mie composizioni elaborate per quartetto d’archi».
Ma questo è un altro passaggio.
Giò Alajmo
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