Un Cammariere alla Paoli

By Staff SMNews

IN CONCERTO. PUBBLICO NUMEROSO ED ENTUSIASTA PER IL MUSICISTA CHE SPESSO RICORDA IL CANTAUTORE GENOVESE

Ha mostrato il suo grande talento pianistico e un’esuberanza tecnica di brillante intrattenitore

Beppe Montresor
Magari, soprattutto per quanto riguarda le liriche (che poi sono di Roberto Kunstler, un po’ il suo Mogol), “confrontato a Paoli Gino” (come canta nell’ironica Cantautore piccolino), Sergio Cammariere ha certamente ancora da imparare. Ma al Teatro Filarmonico, davanti ad un pubblico numeroso ed entusiasta, che in più di un’occasione gli ha tributato la standing ovation riservata ai grandi artisti, il musicista di Crotone, disinvolto e sorridente sul palco con piglio da maestro ottocentesco, ha dimostrato tutto il suo grande talento pianistico e la sua valenza di compositore e d’interprete, che proprio a Gino Paoli risulta primieramente ed evidentemente debitrice.
In più di un momento il canto di Cammariere – nel timbro ma ancora di più nel fraseggio e nella capacità di piegare le parole, di librare e far cadere la voce – appare davvero vicino a quello di Paoli, e ci risulterebbe del tutto naturale ascoltare questo Cantautore piccolino (che appunto cantautore, tecnicamente, non è, visto che per ora preferisce affidare ad altri la costruzione dei testi) impegnato in riletture di Senza fine o di Sapore di sale. L’ombra di Paoli si avverte anche nelle architetture e nella sapienza dinamica di parecchie canzoni, dall’intro lento al riff che si dispiega Libero nell’aria (uno di quei casi in cui la veste musicale pare perfettamente in linea col titolo del brano, e questa è indubbiamente una virtù dell’osmotico rapporto Cammariere/Kunstler, appunto un po’, fatte le debite proporzioni, come accadeva a Mogol/Battisti), dal frequente uso del “crescendo”.
E allora dietro l’ ombra di Paoli, “a due miglia da Bruxelles/c’è il fantasma di Jacques Brel” (per citare ancora il pantheon di artisti evocato in Cantautore piccolino; in particolare, Vita d’artista brano probabilmente di natura autobiografica, ha un passo che ricorda La canzone dei vecchi amanti, uno dei capolavori di Brel); e nel corso dell’applauditissimo recital al Filarmonico sono emersi altri rimandi: per esempio a Paolo Conte e ad altri suoi pur originali epigoni come gli Avion Travel, e persino a Claudio Baglioni in una canzone come Tempo perduto che ricorda Poster.
E poi c’è il pianismo di Cammariere, ora meditativo e lirico come quello di Bill Evans, ora indagatore in divenire à la Keith Jarrett, altrove vicino a certo accattivante romanticismo einaudiano. E ancora l’aggressività percussiva e avvolgente di una Geri Allen, l’amata matrice classica, la frequente propensione alla ritmica latino-americana, il tango e l’afro-cubano. Insomma, Cammariere non è un inventore, questo è ovvio, ma sicuramente – forse anche grazie ad una lunga gavetta da entertainer – ha assimilato con rara padronanza più di un linguaggio, e ne sa far uso. Alla sua esuberanza tecnica da applausi difetta ancora un po’ di profondità espressiva, quella che oltre all’ammirazione fa scattare la grande emozione.
Ottimo il quartetto che lo ha accompagnato; su tutti naturalmente, anche per gli spazi solisti di cui ha potuto disporre, la ’stella’ Fabrizio Bosso, trombettista di rango internazionale; quindi Luca Bulgarelli al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria, Bruno Marcozzi alle percussioni.

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