GINO PAOLI dice che non c’è nulla di sorprendente nel suo amore per il jazz: «L’ho scoperto nella tromba di Louis Armstrong che usciva da un carro armato americano e comunque è la musica con la quale abbiamo cominciato tutti a Genova». E aggiunge che il ritorno di fiamma, ma la passione non si è mai veramente sopita, «risale a cinque anni fa quando Enrico Rava mi chiese se avrei cantato in un concerto con lui. Fu un successo, seguirono altri due, tre spettacoli, poi altri ancora sino al disco “Milestone. Un incontro in jazz”».
Lo snodo di quello che ormai può essere definito un vero e proprio fenomeno è stato l’album “Milestone” «che inizialmente voleva produrre la Sony-Bmg, alla quale invece ho preferito la Blue Note, un’etichetta specializzata in jazz, che non è una materia così facile da maneggiare». Nel disco, uscito a maggio del 2007, c’è un mirabile accostamento fra classici di Paoli come “Sapore di sale”, “La gatta”, “Il cielo in una stanza” e standard come “Time After Time”e “Stardust”. Una griglia che ora sostiene concerti «con molta improvvisazione, al punto da inserire qualche brano nuovo ogni sera. E pensare che ero molto dubbioso sul fatto che il pubblico venisse per me e non per il jazz, o il contrario. A sorpresa, invece, la gente viene per entrambe le cose e non dà assolutamente l’impressione di stancarsi».
Per la verità, l’insolito cammino nel jazz ha avuto una pausa: «Sì, ho dovuto sospendere quasi un anno per il tour con Ornella Vanoni, ma quando è ricominciata è stata una grande corsa». Paoli, 73 anni, non è nuovo a sfide come cantante: «Non fa un gran differenza, bisogna vedere il grado di sensibilità, di cultura e fantasia e diciamo pure di amicizia, perché nel jazz è fondamentale. Senza questi valori non si va da nessuna parte. E comunque cantare in inglese, per dirne una, mi è naturale come lo è stato esibirmi a suo tempo con una grande orchestra, o un’altra volta con i brasiliani o i cileni. Amo il nuovo, ma soprattutto sono arrivato al punto in cui fare spettacolo mi deve piacere e, allo stesso tempo, il pubblico accetta qualsiasi cosa dall’alto dei miei ciquant’anni di esperienza».
Paoli è molto attratto dalla libertà che regna fra i jazzisti: «Suonare è un piacere e non badano ad altro se non a farlo il piu possibile. Non sono impiegati della musica e non si preoccupano troppo di quanto guadagnano. Quando mi hanno chiesto di cantare con loro, ho risposto: fate voi anche la cifra, questo è il vostro mondo». Un mondo popolato di fantasmi e di leggende: «Come il sassofonista Lester Young, il genio più grande, quello che ha fatto da capostipite. Molti dicono di preferire Charlie Parker, ma per me Young è inarrivabile. Poi c’è Nat King Cole, il cantante che ha stabilito un certo tipo di performance. Se chiedevi a gente come Ray Charles chi è stato il migliore, veniva sempre fuori il suo nome, così come per i grandi francesi, da Brassens a Bécaud, il padre è stato Charles Trenet».
Affascinato dalle interpreti «e Ornella Vanoni è unica per bravura», il cantautore sceglie come faro «Billie Holiday, che può vantarsi di aver superato altre cantanti memorabili come Barbra Streisand, Elis Regina o la Piaf». Sugli autori, invece, Paoli ha una grande ammirazione per «George Gershwin e Irving Berlin che hanno scritto cose meravigliose, ma Cole Porter è stato ancora più completo e per lui provo una grande invidia. Esattamente come per Burt Bacharach capace di arrangiare le sue canzoni in modo che nessuno possa più cambiarle». Invece del prossimo album di inediti, che uscirà a gennaio 2009, Paoli anticipa che «sarà scritto in terza persona, non più da un protagonista che parla di sé o che dice “ti amo”. Sarà un disco di storie raccontate, la mia svolta come autore. Ora mi posso permettere anche questo».
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