Il primo concerto di Claudio Baglioni l’ho visto quando per dire la mia età bastavano due mani. L’ultimo, letteralmente, ieri sera.
Si va ai concerti per passione, per curiosità, per fedeltà. O perché qualche amico ti invoglia a un’ironica e divertita operazione nostalgia: prendi una canzone che conosci a memoria. Prendine una da cui sai esattamente cosa aspettarti. Et voilà, vedi come gira il nastro della memoria.
Inceppata e allibita scopro, con l’allegra combriccola in cerca di amarcord, che “Questo piccolo grande amore”, canzone da 18 milioni di copie, leit-motiv di intere generazioni, è diventata “Q.P.G.A”, opera pop in forma di oratorio (!). Un faraonico progetto che prevede: un doppio album, un film in uscita per San Valentino, un libro edito da Mondadori. E, per non buttar via niente, un concerto (una gentile “pre-visione”) da 3400 spettatori, moltiplicati per dieci serate, solo a Roma (poi a Napoli). Una gran folla, disorientata di fronte al progetto-kolossal, che ritrova le sue certezze solo durante le canzoni più note (peraltro rallentate in pieno stile originario).
Scenografie psichedeliche, tanto black&white, atmosfere anni Settanta, sottolineano la storia della canzone: lei, Giulia, con la maglietta fina e la camminata strana; lui, Andrea, che non ha mai capito niente. E Baglioni che ci mette il carico da novanta: cantando di “pecorelle smarrite”, invocando “la spuma del tamarindo”, dicendo che “i sogni sono come il pesce crudo, o li mangi subito o vanno a male”. E altre perle del genere.
«Una discesa senza fiato lungo le rapide della passione», ha detto Baglioni dello show. Federico Moccia ha le ore contate. La grande vendetta è pronta.
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