Fonte: “Corriere della Sera“
Faccia a faccia con i lettori di ViviMilano in Sala Buzzati
L’artista spiega come ha rielaborato «Questo piccolo grande amore», il disco che 37 anni fa lo rese famoso
di Andrea Laffranchi
Le fasi 3 e 4 del progetto «Qpga» sono in arrivo. A 37 anni dalla pubblicazione di «Questo piccolo grande amore», l’album che gli diede il successo, Claudio Baglioni ha deciso di celebrare quel disco con un film e un libro usciti nei mesi scorsi e ora con un concerto e un doppio cd. L’album sarà un aggiornamento-completamento di quello originale con le vecchie canzoni, brani che non vennero inseriti nella scaletta dell’epoca e materiale nuovo. Lo show, «Gran Concerto», anticiperà il disco e sarà una sorta di opera costruita sulle canzoni. Avrebbe dovuto debuttare a Roma il 22 maggio, ma nei giorni scorsi il cantautore ha annunciato il rinvio al 12 giugno. L’incontro con i lettori di ViviMilano, mercoledì 3 in Sala Buzzati, sarà quindi un’anteprima assoluta.
Come mai lo spostamento?
«Chiedo scusa a tutti, capisco che possa creare disagi. Ma alcuni problemi logistici legati alla complessità dello spettacolo e la presenza ravvicinata di altri eventi ci hanno costretti a ritardare il debutto a Roma. E di conseguenza anche Milano è passata dal 5 al 17 giugno».
A Milano ha anche cambiato sede: dal Vigorelli all’Arena Civica…
«Il Comune mi ha chiesto di onorare i 200 anni della struttura e l’idea mi ha entusiasmato».
Qual è la storia di un romano doc come lei con la città di Milano?
«Vivo ancora la fase di innamoramento. Nel senso che Milano è ancora una città misteriosa. Capitale morale, Milano da bere, città della moda, la più europea delle città italiane… Sono state date tutte queste definizioni, ma ha ancora lati nascosti. L’urbanistica stessa di Milano, che non si mostra ma si nasconde, con splendidi cortili nascosti, ti fa capire che è una città dove devi bussare per poter entrare».
E il pubblico?
«Beh, assieme a Roma è la città che dà più soddisfazioni».
Con «Qpga» lei si confronta con il suo debutto. E’ stato difficile far convivere il Baglioni di ieri e quello di oggi? Hanno mai litigato?
«Qualche lite c’è stata (ride)… Sono partito a cuor leggero, poi mi sono reso conto del peso del confronto con me stesso. E da lì sono arrivati due blocchi. Il primo è stato quello di lavorare su qualcosa che musicalmente era già stato scritto: non si è trattato solo di riarrangiare materiale del passato, ma anche di scriverne di nuovo».
E il secondo blocco?
«Con i testi: mi sono dovuto confrontare con un autore che aveva 19-20 anni e allo stesso tempo l’opera doveva essere compatta».
Che cosa ricorda di allora?
«Alla fine della scrittura di “Questo piccolo grande amore” avevo ripiegato tutti i miei sogni. Nei 3-4 anni precedenti non avevo trovato una soluzione alla mia carriera, non avevo avuto successo. È capitato qualcosa di vincente quando pensavo ormai di aver perso. Riascoltando il disco ci ho trovato grande ingenuità, molta passione e anche il coraggio di inserire parti orchestrali o brani di oltre sei minuti».
Un salto alla cronaca. Lei da anni organizza a Lampedusa «O’ Scia’», un festival per portare attenzione sui temi dell’immigrazione. Come vede il dibattito politico di queste settimane?
«”O’ Scia’” è nato proprio con il tema centrale dell’integrazione e del dialogo. Sin dalla sua nascita abbiamo detto basta all’immigrazione clandestina ma anche ai toni da bagarre».
Ma i respingimenti delle navi di migranti sono una cosa giusta?
«Dal punto di vista del diritto non fanno una piega se avvengono in acque internazionali. Ma chi è in difficoltà va sempre soccorso. Insomma mi sembrano meglio di niente ma anche peggio di niente. Non ci si può fermare a questo e parlare di emergenza quando gli sbarchi avvengono da anni e quando il 90% dell’immigrazione clandestina arriva nel nostro Paese per altre vie».
Faccia a faccia con Claudio Baglioni. Mercoledì 3. Ore 18. Sala Buzzati. Via Balzan 3.